mercoledì 1 dicembre 2010

Fli incomprensibile, prima sale sui tetti e poi loda la riforma Gelmini

"Granata, mostrando la propria subalternita’ alla sinistra piu’ becera dell’Occidente, scala i tetti dell’universita’ per solidarizzare con chi contesta la riforma Gelmini e poche ore dopo Fini definisce la stessa riforma il miglior atto della legislatura".
Lo ha affermato in una nota Massimo Corsaro, vicepresidente dei deputati del Pdl. "Si avvicina il 14 dicembre Briguglio giura che Fli votera’ la sfiducia, Moffa sostiene di lavorare per rafforzare il centrodestra e ora Raisi dichiara che starebbero pensando all’astensione. Nella miglior tradizione dei neofiniani, su ogni argomento si sostiene tutto ed il suo contrario. Ricordiamo non senza rimpianto una stagione neanche cosi’ lontana in cui Fini e i suoi accoliti contestavano il ’ma-anchismo’ di Veltroni come esempio di una politica vecchia e inconcludente. Purtroppo, la loro deriva sinistra li ha portati a superare i cattivi maestri anche nei peggiori difetti".

lunedì 22 novembre 2010

Bocchino lancia la battaglia sul marchio? Ma stiamo scherzando?

La guerra si sposta sul "marchio registrato" si legge sui giornali. Bocchino vuole vietare a Berlusconi di usare nome e simbolo del Pdl. "Simbolo e nome del Pdl sono in comproprietà con Fini e non può usarli". Ma sul sito ufficiale della Ue che tutela marchi e brevetti registrati in Europa accanto al marchio Popolo della Libertà è scritto: "Nome del titolare: Silvio Berlusconi". Così è, anzi ai marchi del Pdl (plurale), perchè ce ne sono cinque versioni, con diciture leggermente diverse, ma tutti intestati al premier. Ma Bocchino non si arrende: "C’è un atto siglato davanti al notaio Bacchetti in cui si evince chiaramente che il titolare del simbolo del Pdl è Berlusconi, ma che lui stesso ha ceduto l’utilizzo del simbolo e del nome all’associazione del Popolo della Libertà della quale fa parte Gianfranco Fini". Insomma, per il capogruppo di Fli a Montecitorio non ci sono dubbi sulla titolarità del simbolo, che appartiene al Cavaliere. Ma ci sono dei vincoli per il suo utilizzo: "Fino al 31 dicembre del 2014 non lo può usare senza il consenso di Fini visto che secondo l’atto costitutivo dell’associazione del Pdl serve l’unanimità di un organo in cui oltre a Fini sono presenti altri due esponenti del Fli: questo c’è scritto nell’atto firmato davanti al notaio".

Questo è veramente il colmo! Bocchino (così precisino…) non ha notato una stortura sul fatto che esponenti del nuovo Fli accampino pretese sul vecchio Pdl? Cioè che esponenti di un partito neo-costituito rivendichi titolarità su un partito di cui non fanno più parte? Secondo la logica delle cose una volta dimessi da una qualsiasi associazione (soprattutto politica) se ne perdono tutti i diritti. E’ come se un membro della bocciofila della parrocchia una volta dimessosi volesse ancora influire sulla bocciofila stessa. E’ un contro senso! Se lo stesso Bocchino ha ammesso che la titolarità del simbolo appartiene a Silvio Berlusconi cosa vuole ancora dal Pdl da dimissionario quale è?

Il paradosso semmai da contestare è il caso Fini, che è (primo nella storia della Repubblica) cofondatore di due partiti coesistenti. Fini non può continuare ancora per molto a tenere un piede in due scarpe. O è iscritto al Pdl o è iscritto al Fli e se si ritiene iscritto al Fli non ha più alcun diritto sul Pdl, sul marchio, sul nome, ecc., ecc.

mercoledì 17 novembre 2010

Assemblea a favore del Governo Berlusconi.


Le contraddizioni di Futuro e Libertà

1. Il governo avrebbe disgregato la coesione sociale del Paese: perfino i sindacati hanno riconosciuto esattamente il contrario (i 35 miliardi di ammortizzatori sociali che hanno tenuto legati i lavoratori alle aziende in crisi ne sono la prova lampante).

2. Identità nazionale da preservare: i parlamentari di Fli hanno presentato un disegno di legge con la sinistra per svendere la cittadinanza italiana agli immigrati.

3. I cinque punti per il rilancio del governo che Fli ha votato compattamente alle Camere poche settimane fa vengono rinnegati, ponendo altre condizioni sulle quali si potrebbe tranquillamente discutere se non fossero palesemente pretestuose;

4. Fini ha chiesto le dimissioni di Berlusconi ma non si è minimamente posto il problema insieme politico e istituzionale di un presidente della Camera che chiede la crisi di governo, novità assoluta nella storia della Repubblica (e probabilmente anche del Regno).

5. Fini ha definito "una vergogna" l’attuale legge elettorale che lui stesso votò.

6. Si dicono bipolaristi e stanno per fondare il terzo polo con Casini e Rutelli.

7. Invocano un patto sociale allargato alla Cgil, come se il ministro Sacconi non ci avesse ripetutamente provato in questi due anni, ricevendo sempre come risposta dei no ideologici.

8. Il manifesto di Futuro e Libertà è quello di una forza tendenzialmente di sinistra, che ha totalmente cancellato la tradizione della destra italiana.

9. Dicono di essere un partito nuovo e adoperano modi e tattiche della prima Repubblica, come ad esempio il rimettere il mandato nelle mani di un leader di partito, come fatto dalla delegazione di governo finiana.

10. Dicono di essere di centrodestra e vogliono abbattere il premier e il governo scelto dagli elettori di centrodestra e con il quale hanno governato fino a venerdì scorso.

lunedì 15 novembre 2010

Premier sfida il Colle.

Silvio Berlusconi è tornato a farsi sentire. Il premier ha telefonato alla manifestazione del Pdl a Milano e ha rilanciato l'ipotesi di sciogliere solo la Camera, nel caso in cui a Montecitorio venisse votata la sfiducia. Ipotesi che ha scatenato le opposizioni e Fli. Italo Bocchino ha attaccato: "E' solo un escamotage, ed è preoccupante". E oggi, i ministri di Fli lasceranno il governo come annunciato. Ma il Fli ha paura: e se in Aula le colombe non tradiscono Silvio? I finiani e l'Udc preferirebbero (furbi!) le dimissini del premier perchè quello di giustizieri del governo è un ruolo scomodo. Il premier, comunque, ha ribadito l'intenzione di voler iniziare la verifica al Senato, nonostante le proteste che sono arrivate anche dall'Udc. "Andremo avanti a governare con una fiducia che ci verrà data al Senato - ha detto il premier - che penso ci verrà data anche alla Camera, e se ci dovesse essere una fiducia che non c'è alla Camera benissimo, si andrà a votare per la Camera stessa dei deputati e vedremo che cosa decideranno gli italiani".

SILVIO NON MOLLARE!

domenica 14 novembre 2010

La sferzata di Marina a Bocchino.

La frecciata è di quelle velenose. E per essere sicuro che le tossine facessero effetto, l’onore­vole Italo Bocchino l’ha ripetuta due volte davanti alle telecamere di Annozero . Si parlava delle dimissioni dei finiani al governo che arriveranno domani, per «ga­lateo istituzionale»: così si è capito quanto Futuro e libertà tenga alle buone maniere, come siano beneducati i suoi mi­nistri che, prima di pugna­­larlo, aspettano che il pre­mier rientri dall’Estremo Oriente e trascorra (augu­rio bocchiniano) «una do­menica in famiglia ad Arco­re e una serata con Lele Mo­ra ». Michele Santoro non credeva alle sue orecchie: «Battute così non ce le sia­mo mai consentite nemme­no Travaglio e io». Ma il veleno vero stava nella coda. Il braccio armato di Fi­ni ha spiegato che si dimettevano per­ché «Berlusconi ha detto: Palazzo Chigi è mio, l’ho costruito io, lo devo lasciare a Piersilvio e Mari­na ». Replicato due volte a distanza di pochi minuti per cer­tificare l’effetto. Nessuno nello stu­dio di Annozero ha raccolto l’accosta­mento del Cavaliere ai monarchi che ce­dono il trono in li­nea di sangue. È sta­ta invece la stessa Marina Berlusconi a reagire. L’ha fatto ieri in un breve dia­logo con l’agenzia Ansa. «Si è trattato di una battuta di pes­simo gusto, come del resto quasi tutto quello che dice l’onorevole Bocchi­no - ha ribattuto il presidente di Finin­vest e Mondadori, oltre che consiglie­re di Mediobanca - ; comun­que, battuta per battuta, ri­spondo che mio padre di ca­se ne ha già abbastanza, e che oltre tutto se le è pagate con il frutto del suo lavoro e con i suoi soldi, e non con quelli dei propri elettori e del partito». Ogni riferimen­to a Montecarlo è puramen­te voluto. Replica sferzante, che stronca la strampalata ipo­tesi di una successione per via ereditaria alla guida del Pdl.
Ma­rina è sempre stata accanto al padre, in famiglia e in azienda. Ne ha seguito le or­me nella carriera professio­nale, come manager del gruppo e in Mondadori. E negli ultimi mesi, con il sus­seguirsi degli scandali a sfondo sessuale e dopo la rottura del rapporto con Ve­ronica Lario, la primogeni­ta di Silvio Berlusconi si è messa alla testa dei quattro fratelli in sua difesa.
Continua dicendo: «C’è un’aria irrespirabile, l’op­posizione si fa con dossier e pettegolezzi. Un pezzo di Italia, piccolo ma pericolo­so, non riesce ad accettare il fatto che la maggioranza degli italiani vuol essere go­vernata da Silvio Berlusco­ni». Convinzione ribadita lo scorso settembre, dopo lo strappo di Gianfranco Fini e la disputa sollevata da al­cuni autori Mondadori: «Fi­ni ha accusato mio padre di stalinismo, ma in quanto ad assolutismo è lui a poter vantare innegabili frequen­tazioni. Siamo a Segrate da vent’anni, paghiamo 2,2 mi­lioni di euro di imposte al giorno: se la casa editrice è così, non lo è “nonostante” la famiglia Berlusconi, ma anche grazie al nostro esse­re liberali. Basta con l’eroi­smo a tassametro». In quel­l’occasione Marina rilan­ciò la polemica contro De Benedetti, imprenditore che «predica bene ma razzola male, malissimo», edi­tore di «un quotidiano che in fatto di editoria plurali­sta e liberale ha ben poco da insegnare». Un argine a tutto campo, una difesa de­cisa e convinta, tutt’altro che d’ufficio. L’allusione di ieri a Montecarlo segna una nuova tappa. «Mio padre si è sempre compor­tato allo stesso modo: reagi­re, andare oltre, costruire e guardare avanti».

Onoriamo il mandato del popolo.

In nessun paese europeo si sta discutendo del modo più bizantino o più furbo per far cadere un governo. In nessuno dei paesi tuttora alle prese con una crisi economica mondiale non ancora risolta, chi fa parte di una maggioranza o addirittura dei vertici istituzionali dello Stato sta studiando le mosse per congegnare crisi al buio, volte non a rafforzare ed accelerare le decisioni tempestive che la situazione e la responsabilità richiede, ma a disegnare futuri e futuribili nuovi scenari nell’interesse della politica dei partiti, e soprattutto di una parte.
Più semplicemente, in nessun paese si tenta di sostituire una maggioranza eletta con una minoranza sconfitta.


E’ davvero questo che si vuole per l’Italia? Di sicuro non lo vuole Silvio Berlusconi. Ha ricevuto un mandato a governare dalla maggioranza dei cittadini – mandato più volte confermato in varie consultazioni amministrative ed europee – ed ha l’intenzione di onorare quel mandato. Non sarà il premier a lasciare il Paese senza guida ed esposto alle speculazioni dei mercati, a rischiare di fare dell’Italia una nuova Grecia o una nuova Spagna. Quella delle crisi di governo “pilotate”, dei cambi in corsa delle maggioranze passando non per il Parlamento ma per i comizi di piazza e quindi per le anticamere dei palazzi, è una vecchia pratica che risale ai tempi di quando i partiti contavano più dei cittadini. Ma è anche e soprattutto un’illusione. Un calcolo sbagliato. Inoltre una tentazione che va contro ogni buon senso e rispetto istituzionale, e stupisce che venga dalla terza carica dello Stato, dal presidente della Camera che dovrebbe essere un garante (anche severo, ma garante) e non una parte pesantemente in causa. Un arbitro o un assistente di linea, non un giocatore che interviene a gamba tesa.


Il senso di responsabilità, soprattutto in questo momento, è ben altra cosa. Il senso di responsabilità è innanzitutto governare, perché questo è ciò di cui ha bisogno l’Italia. E’ ciò che chiedono le forze sociali, i lavoratori e gli imprenditori, ed anche i mercati che stanno in agguato sui nostri conti pubblici. La settimana scorsa due agenzie di rating, Standard & Poor’s e Ficht, hanno entrambe confermato il buon giudizio sulla nostra situazione economica, una pagella che, secondo S&P potrebbe addirittura essere rivista al rialzo (caso pressoché unico nel mondo) a condizione che l’Italia vada avanti nella stabilità politica e nel processo di riforme. Esattamente il contrario di ciò che abbiamo ascoltato ieri. Il senso di responsabilità è approvare la legge finanziaria - che si chiama non a caso proprio “di stabilità” - ed il piano di riforme 2020, quei due impegni che l’Europa ci chiede e che a Bruxelles dobbiamo inviare entro il mese di novembre.


Il senso di responsabilità, per noi e per l’intera Unione europea e la sua moneta, è concludere il duro negoziato sulle nuove regole finanziarie, che è l’argomento che tiene banco in tutto il mondo.
Il senso di responsabilità, inoltre, impone di portare tutto – cose da fare, leggi da discutere, accordi e disaccordi – in Parlamento, perché è solo quello il luogo deputato a comporre e scomporre maggioranze, è solo lì che possono o non possono cadere i governi, e soprattutto è solo lì che i fatti avvengono alla luce del sole. Rispondendone agli elettori, ai cittadini, ai contribuenti, alle forze sociali.


Qualcuno, in Parlamento, non in un comizio, dovrà a quel punto spiegare perché il capo del governo dovrebbe lasciare il proprio posto, e quindi venir meno alle proprie responsabilità, solo per una manovra di corridoio politico, proprio mentre la situazione economica e sociale richiede l’esatto contrario: di fare il lavoro per il quale gli italiani ci hanno designato. Se non lo si fa, se si indicano – anzi, si pretendono di imporre con ultimatum – vie traverse e oscure, si cerca di fuggire sia dalle responsabilità, sia dalla chiarezza, sia dalla realtà. Si viene meno al dovere più elementare dei politici, dei ministri e degli eletti: rispondere delle proprie azioni. Non ai propri simpatizzanti, ma al Paese e all’intero corpo elettorale. Ed in questo caso gli italiani, che non sono certo insensibili, avranno occhi per vedere, orecchie per capire, e soprattutto testa per giudicare. Con il loro cervello, non con quello altrui.